RICERCA – IL NODO CRUCIALE DELL’UNIVERSITÀ

1 11 2010

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO IL SEGUENTE ARTICOLO.

A voler essere ironici (e non è detto sia lecito vista la drammaticità della questione), vi è un paradosso politico nelle vicende collegate alla riforma dell’Università. Infatti, fa sorridere che un governo tanto clericale e baciapile in campo bioetico (ma non sul versante dei comportamenti del Presidente del Consiglio) si mostri così evidentemente orientato verso una soluzione finale di tipo eutanasico nei confronti della lunga e triste malattia che attanaglia da anni la ricerca e la formazione pubblica italiana.
Fuor di metafora, il rischio è reale. Che l’Università pubblica italiana abbia bisogno di una scossa radicale è noto ed evidente. E’ necessaria una riforma che sappia trasformare l’Università da mastodontico ammortizzatore sociale per studenti e docenti precari in un sistema competitivo in grado di selezionare la classe dirigente di questo Paese. Altrettanto evidente però che le riforme a costo zero o, come nel caso della legge Gelmini, a saldo negativo nascondono insidie letali. Ci si dovrebbe interrogare a chi può giovare la dolce morte dell’Università pubblica (perché di questo si tratta). Parliamo di un sistema fondamentale per il rilancio culturale ed economico del nostro Paese (Obama docet).
I ricercatori, è noto, stanno protestando, dichiarandosi indisponibili ad assumere incarichi didattici non previsti per legge. E le Facoltà rischiano il collasso perché, impropriamente, coloro che dovrebbero svolgere solo compiti di ricerca, in verità, hanno dovuto assumere, per il bene dell’Università, un ruolo di “supplenza” volontaria e non retribuita che rappresenta oggi circa il 40% della didattica complessiva prodotta. Come compenso, la legge Gelmini prevede la loro messa ad esaurimento, il taglio dei loro stipendi (specie per i più giovani che sono anche quelli meno pagati) e la sostanziale eliminazione delle già scarse possibilità di carriera. Per non parlare dell’accentuazione dei rischi di espulsione dal sistema per i precari. Infatti, il meccanismo della tenure track introdotto dalla Gelmini, di per sé positivo, senza un adeguato finanziamento rischia di essere perverso e disastroso.
La protesta è sacrosanta e vitale. Quasi sempre condotta dai più giovani che sono i meno rassegnati a ratificare la morte definitiva dell’Università. Sono loro i più colpiti e, con essi, si colpiscono le motivazioni ideali e le passioni del futuro della ricerca. Infatti, la riforma scarica su ricercatori e precari (assegnisti, dottorandi, contrattisti, ecc.), i costi di questa macelleria sociale che si sta tentando di spacciare per “riforma del sapere”.
Ma non si può pensare di demandare ai ricercatori e agli studenti il compito di risolvere la questione. Colpisce la carenza di proposte alternative da parte dei partiti di opposizione. Si avverte, anche in questa occasione, l’assenza dal panorama politico italiano di una compagine che sappia laicamente coniugare i valori storici del socialismo con la parte migliore della tradizione liberale e libertaria. Proprio sul tema del rilancio dell’innovazione e del sapere, la sinistra italiana potrebbe trovare un campo fertile per l’elaborazione di un nuovo discorso politico che sia riformista e radicale allo stesso tempo.
Tra l’altro, l’assenza di proposte alternative da parte dei partiti rischia di spingere coloro, e sono tanti, che aspettano una radicale innovazione del sistema, tra le braccia di chi vuole riproporre le solite battaglie retrò (università gratuita, accessi liberi, ecc.). Queste battaglie, pur condivisibili e accattivanti dal punto di vista ideale, dati alla mano, spesso rivelano “conseguenze non volute” ed “effetti collaterali” devastanti che vanno nella direzione esattamente opposta a quella auspicata: i poveri finanziano i ricchi, i meritevoli sono bloccati dai meno meritevoli, ecc. Per non parlare dei rischi insiti nella diffusione di una certa nostalgia per quelle vecchie battaglie corporative che hanno avuto come principale sbocco le diverse ope legis con cui sono state poste le premesse per le diverse disfunzioni che, a partire dagli anni ’80, ci hanno accompagnato fino ad oggi (blocco assunzioni, selezione limitata e invecchiamento senza ricambio del personale docente, ecc.).
I casi di efficace rilancio del compito storico dell’Università in Europa ci sono. E, come dimostrano le esperienze del Regno Unito o dei Paesi Bassi, si sono fondati, tra l’altro, su: a) matrice pubblica della ricerca e dell’alta formazione; b) introduzione di criteri e incentivi orientati ad una maggiore meritocrazia e competitività del sistema; c) riduzione della burocrazia nelle procedure di funzionamento (concorsi, finanziamenti, ecc.); d) maggiore accentuazione della separazione tra le strutture di ricerca e quelle prevalentemente orientate alla formazione; e) creazione di strutture differenziate per tipologia di formazione (professionale, per docenza, per ricerca, ecc.); f) innalzamento delle tasse per i ricchi e aumento delle borse per i meno abbienti e meritevoli; g) maggiore attenzione nella selezione dei docenti e degli studenti.
Così si possono certamente realizzare, nel tempo, riduzione di sprechi e razionalizzazioni. Ma sarebbe peregrino pensare che questo possa significare una riduzione degli investimenti pubblici; anche se è pensabile che, riformato il sistema, una seria politica di incentivi possa agevolare un incremento dei finanziamenti privati, che nel nostro Paese, per ragioni culturali e a causa delle caratteristiche del tessuto produttivo italiano, sono sempre stati colpevolmente insufficienti.

Guido Nicolosi
ricercatore universitario





RIVEDERE E ABOLIRE LE LAUREE TRIENNALI

29 07 2010

La Federazione dei Giovani Socialisti della Toscana sostiene che in ambito universitario si debbano subito cancellare le lauree triennali, o diploma di laurea, in quanto inefficaci e improduttive per gli studenti che affrontanostudi accademici oltre i punti previsti nel programma di Governo regionale.
“Se questo diploma aveva lo scopo di fornire agli studenti una preparazione più pratica, volta ad un più facile inserimento nel mondo del lavoro, con adeguate conoscenze tecniche, operative e metodologiche, orientate al conseguimento del livello formativo richiesto da specifiche aree professionali, nonché un adeguamento al sistema scolastico europeo – commenta Luca Baragatti,segretario regionale dei giovani socialisti toscani – , ci troviamo oggi di fronte a un’enorme spesa di denaro affrontata dagli atenei per mantenere in vita dei corsi privi di valore formativo da cui nessun studente trova giovamento, in quanto il mercato del lavoro non è pronto a recepire laureati di primo livello”.
Come giovani socialisti chiediamo che, considerata l’autonomia regionale, le università toscane taglino quei corsi triennali inutili che producono solo costi e nessun tipo di formazione reale e esclusiva per gli studenti: questo perché, sebbene alcune lauree specialistiche siano a termine, non è possibile fare offerte formative inconsistenti mentre sarebbe più proficuo investire sulle lauree magistrali e sui tutoraggi, nonché sui servizi.
“Gli esperti di mercato del lavoro – continua il giovane dirigente – confermano che i laureati triennali sono visti solo come dei “super-diplomati”: persone alle quali mancano la piena formazione e la maturità che ci vogliono per assumere responsabilità direttive.
Se l’esperienza si può acquisire col tempo, per la formazione è necessario sudare ancora qualche anno oltre i 22 anni di età, sui libri”.
“La laurea triennale come canale d’accesso al mondo delle professioni – conclude Baragatti – sembra lontana dai successi cui ambiva: la stragrande maggioranza dei laureati di primo livello sembra decisa a evitare il problema, se è vero che il 70% non si ferma al titolo triennale ma si iscrive alla laurea specialistica., oppure, negli ultimi anni, si iscrive già ai corsi magistrali: il dato più preoccupante, però, indicato dal CENSIS, è che una grande percentuale di studenti non crede più nella carriera universitaria e preferisce fermarsi alle scuole superiori: noi socialisti vogliamo invertire questa tendenza ribadendo con forza che l’università deve tornare luogo di eccellenza e alta specializzazione, che torni a creare una classe dirigente solida e invidiata in Europa e nel Mondo: servirebbe una riforma universitaria e scolastica a livello del Governo nazionale, ma crediamo che la Toscana possa anticipare i tempi e proporre qualcosa di innovativo oltreché di risparmio di risorse economiche”.

Luca Baragatti
Segretario FGS Toscana





Il 5 ottobre la FGS a Pisa aderisce alla manifestazione per la scuola e contro gli attacchi al mondo del lavoro

3 10 2009

Merito, semplificazione, ordine e disciplina sono gli slogan mediatici più rammentati dai due ministri della Repubblica che ricoprono continuamente di insulti studenti e interi settori del pubblico impiego – ed ora anche quel che rimane della Sinistra italiana.
Centocinquantamila  posti di lavoro tagliati nelle scuole pubbliche per i prossimi due anni, equivalenti a quasi otto miliardi di euro, il 20% della scuola pubblica.
Tagli anche all’insegnamento di sostegno, blocco delle assunzioni e dei concorsi da ricercatore che porteranno l’organico docente universitario a ridursi del 15% con ricercatori e dottorandi sempre più sfruttati e sottopagati.
Una università, nel suo intero, destinata ad entrare nelle mani dei privati.
Insomma, una scuola ed una università destinate a cancellare il diritto allo studio in favore di un sistema meritocratico basato sui bilanci finanziari anziché sui meriti didattici.
In pratica UNO SMANTELLAMENTO DELLA SCUOLA PUBBLICA!
L’altro, un ministro che di socialista possono essere rimastigli solo gli anni più belli, pronto a puntare il dito e criminalizzare i “fannulloni” del pubblico impiego, a smantellare diritti, nella spinta paranoica alla privatizzazione dei servizi pubblici trasformati in merce su cui qualcuno può trarne profitto.
Per questi motivi LUNEDI 5 OTTOBRE la Federazione Giovanile socialista si unirà nella MANIFESTAZIONE CITTADINA
- CONTRO LO SMANTELLAMENTO DELLA SCUOLA PUBBLICA E  DELL’UNIVERSITA’ .
- CONTRO GLI ATTACCHI POLITICI AL MONDO DEL LAVORO.

Andrea Volpi
Segretario Provinciale
FGS Pisa





Viva la sQuola!

12 09 2009
Maria Stella Gelmini

Maria Stella Gelmini

Domani inizierà ufficialmente l’anno scolastico e le polemiche non mancano.
La riforma messa in atto dal ministro Gelmini non ha assolutamente migliorato lo stato di salute della nostra scuola, ma ha contribuito a renderla più precaria e fallace.
“I tagli apportati da questo Governo sono imbarazzanti. Personale docente e non docente è sempre più precario e instabile. Ci sono almeno 27 mila supplenti che quest’anno staranno a casa, il maestro unico per non parlare della diminuzione delle risorse per la scuola pubblica”.
“E’ incomprensibile per noi giovani socialisti che la scuola pubblica, che tale deve rimanere, ogni anno debba subire tagli a favore delle scuole private. In questo momento di crisi economica è fondamentale che la scuola sia efficace e di ottima qualità, perché tutte le famiglie e tutti i ragazzi devono avere stessi diritti e possibilità”.
Impoverire la scuola pubblica farà sì che l’istruzione non sia più per tutti ma per chi se la potrà pagare. E questo significa non solo ignorare un preciso compito istituzionale ma stravolgere la fisionomia del Paese, creare nuove disparità e disuguaglianze.
In tutta Europa si investe in asili e scuole, nonché in formazione e ricerca, in Italia invece il governo Berlusconi fa cassa e risparmia proprio su ciò che è più importante.
In attesa dei problemi che si manifesteranno all’inizio dell’anno accademico universitario, noi giovani socialisti aderiamo alla campagna “Donna di Denari” proposta da Sinistra e Libertà.

Luca Baragatti
Segretario Provinciale FGS Livorno








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