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A voler essere ironici (e non è detto sia lecito vista la drammaticità della questione), vi è un paradosso politico nelle vicende collegate alla riforma dell’Università. Infatti, fa sorridere che un governo tanto clericale e baciapile
in campo bioetico (ma non sul versante dei comportamenti del Presidente del Consiglio) si mostri così evidentemente orientato verso una soluzione finale di tipo eutanasico nei confronti della lunga e triste malattia che attanaglia da anni la ricerca e la formazione pubblica italiana.
Fuor di metafora, il rischio è reale. Che l’Università pubblica italiana abbia bisogno di una scossa radicale è noto ed evidente. E’ necessaria una riforma che sappia trasformare l’Università da mastodontico ammortizzatore sociale per studenti e docenti precari in un sistema competitivo in grado di selezionare la classe dirigente di questo Paese. Altrettanto evidente però che le riforme a costo zero o, come nel caso della legge Gelmini, a saldo negativo nascondono insidie letali. Ci si dovrebbe interrogare a chi può giovare la dolce morte dell’Università pubblica (perché di questo si tratta). Parliamo di un sistema fondamentale per il rilancio culturale ed economico del nostro Paese (Obama docet).
I ricercatori, è noto, stanno protestando, dichiarandosi indisponibili ad assumere incarichi didattici non previsti per legge. E le Facoltà rischiano il collasso perché, impropriamente, coloro che dovrebbero svolgere solo compiti di ricerca, in verità, hanno dovuto assumere, per il bene dell’Università, un ruolo di “supplenza” volontaria e non retribuita che rappresenta oggi circa il 40% della didattica complessiva prodotta. Come compenso, la legge Gelmini prevede la loro messa ad esaurimento, il taglio dei loro stipendi (specie per i più giovani che sono anche quelli meno pagati) e la sostanziale eliminazione delle già scarse possibilità di carriera. Per non parlare dell’accentuazione dei rischi di espulsione dal sistema per i precari. Infatti, il meccanismo della tenure track introdotto dalla Gelmini, di per sé positivo, senza un adeguato finanziamento rischia di essere perverso e disastroso.
La protesta è sacrosanta e vitale. Quasi sempre condotta dai più giovani che sono i meno rassegnati a ratificare la morte definitiva dell’Università. Sono loro i più colpiti e, con essi, si colpiscono le motivazioni ideali e le passioni del futuro della ricerca. Infatti, la riforma scarica su ricercatori e precari (assegnisti, dottorandi, contrattisti, ecc.), i costi di questa macelleria sociale che si sta tentando di spacciare per “riforma del sapere”.
Ma non si può pensare di demandare ai ricercatori e agli studenti il compito di risolvere la questione. Colpisce la carenza di proposte alternative da parte dei partiti di opposizione. Si avverte, anche in questa occasione, l’assenza dal panorama politico italiano di una compagine che sappia laicamente coniugare i valori storici del socialismo con la parte migliore della tradizione liberale e libertaria. Proprio sul tema del rilancio dell’innovazione e del sapere, la sinistra italiana potrebbe trovare un campo fertile per l’elaborazione di un nuovo discorso politico che sia riformista e radicale allo stesso tempo.
Tra l’altro, l’assenza di proposte alternative da parte dei partiti rischia di spingere coloro, e sono tanti, che aspettano una radicale innovazione del sistema, tra le braccia di chi vuole riproporre le solite battaglie retrò (università gratuita, accessi liberi, ecc.). Queste battaglie, pur condivisibili e accattivanti dal punto di vista ideale, dati alla mano, spesso rivelano “conseguenze non volute” ed “effetti collaterali” devastanti che vanno nella direzione esattamente opposta a quella auspicata: i poveri finanziano i ricchi, i meritevoli sono bloccati dai meno meritevoli, ecc. Per non parlare dei rischi insiti nella diffusione di una certa nostalgia per quelle vecchie battaglie corporative che hanno avuto come principale sbocco le diverse ope legis con cui sono state poste le premesse per le diverse disfunzioni che, a partire dagli anni ’80, ci hanno accompagnato fino ad oggi (blocco assunzioni, selezione limitata e invecchiamento senza ricambio del personale docente, ecc.).
I casi di efficace rilancio del compito storico dell’Università in Europa ci sono. E, come dimostrano le esperienze del Regno Unito o dei Paesi Bassi, si sono fondati, tra l’altro, su: a) matrice pubblica della ricerca e dell’alta formazione; b) introduzione di criteri e incentivi orientati ad una maggiore meritocrazia e competitività del sistema; c) riduzione della burocrazia nelle procedure di funzionamento (concorsi, finanziamenti, ecc.); d) maggiore accentuazione della separazione tra le strutture di ricerca e quelle prevalentemente orientate alla formazione; e) creazione di strutture differenziate per tipologia di formazione (professionale, per docenza, per ricerca, ecc.); f) innalzamento delle tasse per i ricchi e aumento delle borse per i meno abbienti e meritevoli; g) maggiore attenzione nella selezione dei docenti e degli studenti.
Così si possono certamente realizzare, nel tempo, riduzione di sprechi e razionalizzazioni. Ma sarebbe peregrino pensare che questo possa significare una riduzione degli investimenti pubblici; anche se è pensabile che, riformato il sistema, una seria politica di incentivi possa agevolare un incremento dei finanziamenti privati, che nel nostro Paese, per ragioni culturali e a causa delle caratteristiche del tessuto produttivo italiano, sono sempre stati colpevolmente insufficienti.
Guido Nicolosi
ricercatore universitario






